lunedì 3 dicembre 2012

Calcio Italiano: "dalle stelle alle stalle"

Davide Mauro

Il calcio Italiano è in crisi”; “ Il calcio Italiano ha perso appeal”; “In Italia i migliori calciatori non vogliono più venire”, “Il calcio Italiano non attira investitori esteri”. Queste sono solo alcune delle frasi che ormai si leggono nei quotidiani sportivi nazionali e che ci ripetono spesso i dirigenti Italiani. Ma il calcio Italiano è realmente i crisi? Proviamo ad analizzare la situazione. Analizzando i dati delle coppe europee a partire dagli anni 90 scopriamo che mentre fino al 2000 le squadre Italiane sono arrivate in finale di Champions League in ben 9 occasioni, a partire del nuovo millennio solo 5 volte compagini Italiane si sono presentate alla finale. Il dato dell’Europa League, ex Coppa Uefa, è ancora più catastrofico, negli anni 90 per ben 13 volte squadre Italiane sono arrivate fino alla finalissima, mentre negli ultimi 12 anni non c’è riuscita nessuna squadra. Questa crisi di risultati sembra continuare e sta facendo precipitare la popolarità di un campionato che fino a 10 anni fa era al top. Ma perché le società Italiane non riescono più ad essere competitive come un tempo? Una delle prime osservazione da fare è che con l’imminente entrata in vigore del Fair Play finanziario (ci riuscirà mai Platini? e poi dopo che una Francese, il PSG, può spendere quanto vuole avrà tutta questa voglia di Fair Play Finanziario?) le grandi squadre, specialmente le 2 di Milano, quelle che storicamente hanno sempre speso di più, hanno cominciato a ridimensionare i budget degli ingaggi e a smettere di fare spese faraoniche. Le squadre medie invece non riescono ad arrivare più in alto di tanto, anche a causa di una divisione dei diritti tv non molto equilibrata che tende a premiare le 3 grandi squadre del nord e in parte minore Napoli e Roma. Le società Italiane ormai si sostengono quasi esclusivamente tramite diritti tv. Circa il 63% del fatturato delle società proviene dalle televisioni, quando nel resto d’Europa i diritti tv arrivano la massimo al 50%. La crisi calcistica Italiana si è accentuata da quando hanno cominciato ad investire nei campionati esteri alcuni imprenditori stranieri. Perché questi investitori non vengono in Italia? Le cause sono molteplici, intanto in Italia c’è un livello di pressione fiscale elevato e già questo allontana possibili investitori. La presenza di una pesante burocrazia non attrae gli investitori che se devono investire anche in attività extra-calcistiche rischiano di dover attendere anni per avere le varie autorizzazioni. Altro motivo è l’immagine che si è fatta il calcio all’estero con scandali ,come calciopoli nel 2006 e il calcio-scommese più recentemente che non hanno sicuramente fatto bene all’immagine del movimento. Ma c’è anche il problema “Ultras”; che sembrano comandare e vanno allo stadio pronti per andare in guerra e nessuno sembra avere la soluzione per debellarli dagli stadi. Oltre questo, questa grande recessione è dovuta alla mancanza delle strutture, in Italia c’è un problema “STADI”, questi sono ormai vecchi e fatiscenti; molti stadi ristrutturati o fatti di sana pianta negli anni 80, in occasione dei mondiali di Italia90, sono stati fatti male e con una concezione vecchia. Il tifoso non è più attratto ad andare allo stadio a vedere la partita perché tra tessere del tifoso, restrizioni, prelazioni, stadi non coperti, partite serali nelle regioni del Nord in pieno Inverno, vie d’accesso agli stadi congestionate, stadi che sembrano far-west dove la legge non conta, moltissimi preferiscono guardare la partita a casa. Per avere un dato visivo di questa crisi di spettatori basta mettere durante i giorni di coppe europee il canale diretta calcio, quello che fa vedere le azioni salienti di tutte le partite, e si nota subito che mentre nel resto d’Europa gli stadi sono sempre pieni in Italia si assiste spesso a tribune semivuote e stadi silenziosissimi. Parlando di numeri in Italia in media gli stadi si riempiono al 51% quindi per ogni partita metà stadio è vuoto causando anche un minor introito per le società che appunto si ripercuote sulla competitività. Il problema degli stadi è grave. L’anno scorso hanno visto le partite dal vivo solo una media di 22.493 spettatori, contro i 45.726 della Bundesliga che riempie gli stadi con una percentuale del 91%; in Spagna la media è di 31.000 persone a partita con impianti pieni al 72% mentre in Inghilterra 34.000 persone di media con un incredibile 93% di riempimento. Questi dati fanno capire che il problema degli stadi Italiani non dipende solo dalle televisione, perché nel resto d’Europa le televisioni ci sono anche e la gente va lo stesso allo stadio. Il problema sta in strutture che non sono accoglienti. La dimostrazione di ciò l’ha data la Juvenstus che grazie allo Juventus Stadium è riuscita a fare 34.000 spettatori di media contro i 22.000 della stagione precedente e di aumentare di 10.000 unità la media di tifosi rispetto al vecchio Delle Alpi della Juventus vincente. In tutto questo lo stato Italiano dovrebbe aiutare le società a poter costruire gli stadi, ma non tramite soldi, ma con decreti che alleggeriscano la burocrazia. A livello politico i nostri amministratori dovrebbero anche riuscire a distruggere il fenomeno ultras, tramite azioni che ne riducono il potere, bisogna usare il pugno duro e eliminare tutti i malintenzionati dalle curve e punirli seriamente. L’introduzione della tessera del tifoso non è servito a niente, anzi ha complicato ancora di più la vita a chi allo stadio vuole andare per divertirsi. Ma gli stadi non sono l’unico problema, altro problema che però sembra si stia risolvendo è quello di non investire nei vivai, le società Italiane nell’ultimo decennio hanno avuto un esterofilia eccessiva che le ha portato a comprare spesso giovani giocatori sudamericani nella speranza di trovare il fenomeno, lasciando crescere in serie B e C i giocatori provenienti dai propri vivai. Ultimamente questa tendenza sembra stia diminuendo con le squadre Italiane che tendono a far giocare i propri giovani, anche se ancora molto poco rispetto il resto d’Europa. Quello dei vivai è anche un problema di mentalità perché mentre da altre parti le società non si fanno troppi problemi a lanciare giovani calciatori, qui in Italia si punta sempre all’usato sicuro. Altro problema è la mentalità che viene data ai ragazzini che si apprestano a giocare a calcio, a differenza di ciò che avviene in Spagna e Germania, dove ai giovani ragazzi vengono insegnati i fondamentali del gioco, la tecnica, privilegiando la costruzione di gioco e il gioco di squadra; ai bambini italiani vengono insegnate le furbate per vincere e viene insegnato un calcio antico individualistico, inoltre già nei pulcini viene privilegiato il risultato piuttosto che il gioco che permetterebbe di avere ragazzi più forti tecnicamente in futuro, in poche parole: viene preferito il risultato piuttosto che formare i futuri calciatori. Come dicevo, ultimamente, alcune società sembrano cominciare a credere un po’ di più nei propri giovani, ragazzi come El Sharawi, Insigne, Immobile, Florenzi, De sciglio e tanti altri, vengono fatti giocare in Serie A piuttosto che mandati a fare esperienza in B fino a 25-26 anni, ancora è poco ma già qualcosa si comincia a vedere. Il malato è grave ma le soluzioni ci sono, come prima cosa andrebbe rinnovata completamente tutta la classe dirigente della FIGC che ha portato alla deriva un prodotto che funzionava alla grande. Bisogna ringiovanir la classe dirigente, bisogna portare idee fresche e bisogna avere il coraggio di cambiare. Basta vedere quello che ha fatto la Germania che è ripartita dal fallimento degli Europei del 2000 e del 2004 e ha creato un modello di successo che cresce di anno in anno e sta facendo diventare la Bundesliga uno dei campionati più avvincenti d’Europa. Alcuni spunti si possono prendere proprio da lì. Bisogna creare centri di formazione di giocatori all’altezza, investire nel settore tecnico e nella formazione di allenatori, bisogna creare centri tecnici federali e obbligare le squadre a far giocare i giocatori che provengono dal vivaio. Un calcio più fresco e giovane, con l’esplosione di talenti, avvantaggerebbe anche l’affluenza allo stadio. Stadi che come detto vanno rifatti e vanno fatti a misura di uomo e di società è inutile creare grosse strutture che poi non si riempiono, meglio uno stadio da 30.000 posti sempre pieno che uno da 50.000 per metà vuoto. Bisogna avere il coraggio di cambiare e prendere spunto da chi lo ha fatto ed ha avuto successo, l’importante è cambiare e rischiare, perché di questo passo il calcio Italiano rischia di essere superato anche da quello Portoghese e quello Francese (che dopo il 2016 grazie ai nuovi stadi per l’Europeo secondo me diventerà molto più competitivo).

Davide Mauro