mercoledì 4 febbraio 2015

La rabbia e l'orgoglio

Sonnecchiare non è più permesso davanti le ennesime barbarie diffuse con orgoglio. Una civiltà che ha commesso troppi errori in passato nel rapporto con i popoli musulmani, rischia adesso, per indolenza, di vedere minati i propri capisaldi.
No, non sono d'accordo con Oriana Fallaci.oriana-fallaci
Quanti di voi avranno correttamente ricondotto il titolo di questo misero articolo al celebre libro di Oriana Fallaci, la geniale giornalista e scrittrice Fiorentina, avranno sicuramente fatto giusto esercizio di memoria. Gli altri magari ignorano chi sia addirittura Oriana Fallaci: peggio per loro.
Io, comunque, non sono d'accordo con lei, nonostante sogno spesso di avere un centesimo del suo talento, ardore, coraggio.
Le sue geniali parole, corroboranti di una cultura vera, palpitante, forte, che ti prende a schiaffi, sono macigni nella mia formazione, da cui culturalmente mi sono distinto, ma che mi hanno trasmesso il valore "dell'emancipazione dell'idea dal gregge". Oriana Fallaci non ebbe paura di accusare un'intera cultura di essere portatrice di disvalori, o quasi. Io non condivido il costrutto di quell'idea, mi rifaccio però a quel coraggio. Io ho sempre pensato che la via della guerra fosse non solo ultima nella scala della necessità, ma addirittura assente. La guerra, la morte, l'uomo che uccide l'uomo è la sconfitta più bassa che si possa immaginare. I conflitti mondiali sono stati figli di società che avevano costruito falsi idoli, l'industrializzazione prima, il super uomo poi. Questa è una via che contrasterò sempre. Cosa diversa, ben diversa, è quello che per ora sta capitando in medioriente. L'IS, l'Isis, chiamatelo un po come volete, non è un popolo che si incarna in una religione; non è un gruppo di scalmanati ascrivibile a questa o quella nazione; vano il tentativo di riportarlo nelle categorie descritte da Al Qeda od in Turchia da Öcalan. L'Isis, come è comunemente conosciuto, non è un gruppo di terroristi, quindi impalpabile; non è nemmeno un Gheddafi o Saddam con una sorta di legittimità nazionale. L'Isis è pericoloso perché, come raccontato oramai da mesi, assomma in se la sacralità di tribunali quasi tribali ma tangibili ad un marchio, a cui vari svitati in giro per il mondo possono affiliarsi semplicemente uccidendo la gente in massa. È un pericolo nuovo, che nessuno aveva affrontato sul territorio occidentale, da almeno un secolo. Vedete, dico tutto questo, perché, nonostante sia un fiero sostenitore della pace, della ragione, ad un certo punto arriva quella rabbia e quell'orgoglio che ti uccidono dentro. Oggi all'ennesima brutale diffusione video di un macabro omicidio, questa volta bruciando un soldato Giordano, vivo e rinchiuso in una gabbia, ho capito che essere pacifisti non c'entra nulla. Qui non c'è un popolo che rifiuta un'etichetta, perché non è l'islam il problema, ma proprio l'Isis.
Still image from undated video of a masked Islamic State militant holding a knife speaking next to man purported to be James Foley at an unknown location
L'Isis non è Fabio Sfar, mio compagno di scuola, ne Hassine Turky, amico di vecchia data. L'Isis è un pericolo attuale, vivo, cogente, che ci minaccia e ci uccide. Fermarli, come comunità internazionale, non è un attacco alla libertà di religione, è un freno a dei folli. Quale stato può legittimarsi prendendosi la responsabilità morale di lapidazioni e stupri?
Poco serve, credetemi, dire che è colpa dell'occidente se c'è quella situazione in quel dato territorio. Certo che l'occidente ha la paternità morale dell'instabilità dell'area; certo che siamo noi i colpevoli, ma non per questo possiamo rimanere con le mani in mano: neghereste ad un alcolizzato cronico la cura per il fegato spappolato dalla dissennatezza? Ecco, dobbiamo fermare il morbo della violenza che ci minaccia, direttamente e senza mezze misure. Solo dopo permettere a loro un reale percorso democratico, non come fatto fin qui.
L'Isis va fermato, anche se taluni personaggi degli Emirati, quelli che ci mandano il petrolio per dirla in soldoni, sono a loro vicini. Bisogna fermarli, bisogna farlo con precauzione e fermezza. Non sono gli islamici il problema, lo sono certamente chi sgozza, stupra, lapida. Non sono gli africani il problema, sono quelli che imbottiscono di esplosivo una bimba, sangue del loro sangue, e la fa esplodere in un mercato. Non sono i seguaci di Allah i problemi, lo sono chi rivendica la libertà e poi minaccia le altrui religioni. Francia, Inghilterra, Usa, Germania, noi Italiani, dopo le porcate dell'Iraq, della Libia, del Congo, non potete sonnecchiare pensando ai barili di petrolio che per ora comprate e prezzo più modico. Perché poi diciamoci la verità, Nato, Patto Atlantico, varie organizzazioni intergovernative, sonnecchiano per il vantaggio economico che il basso prezzo del greggio sta portando alle nostre economie in crisi ormai da quasi un decennio.
Sappiate che: ogni petroldollaro risparmiato è un pugnale piantato nella schiena di quella stessa civiltà che difendete andando in corteo per la strade di Parigi, commemorando i disegnatori di Charlie Hebdo.
charlie hebdo
"La Rabbia e l'orgoglio" sono un sentimento, non un ragionamento, e magari tra qualche tempo mi pentirò di queste parole, perché l'istinto fa danni che solo i decenni risolvono, ma l'istinto c'è per reagire a quei pericoli imminenti che non possiamo fare finta di non vedere, e che anzi ci rovinano la giornata dietro le urla di un giornalista sgozzato ed un soldato arso vivo.

Ivano Asaro


Ivano Asaro

lunedì 2 febbraio 2015

Elezioni Mattarella: Istruzioni per l'uso

Riflettere a mente fredda sull'elezione storica, di un Presidente Storico, in circostanze storiche. Un viaggio che parte dal Patto del Nazareno, passa dalla Sicilia, ed arriva sotto gli uffici Rai.

Il tempo di riordinare le idee e ci si capisce qualcosa. Del resto è abbastanza evidente che solo geni e sciocchi parlano durante il chiasso e la baraonda. Potete pure contare quanti geni conoscete, sul serio.
Sono passate parecchie ore dall'elezione, al quarto scrutinio, del nuovo Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Dormirci su, sentire le opinioni diffuse, non solo sulla rete, è propedeutico all'analisi, non tanto veritiera, quanto meno realistica, di cosa il fatto in se, un'elezione presidenziale, comporti, e cosa significhi questa in particolare. Lasciatemi cominciare con un po di campanilismo, spero sano: Sergio Mattarella è il primo Capo dello Stato, nell'intera storia repubblicana, che abbia i propri natali in Sicilia, e lo dico con l'orgoglio ed il vanto di un siciliano. Sergio Mattarella è un personaggio complesso, di cui le fotografie, quelle tragiche in bianco e nero, con il cadavere del fratello sulle braccia, o quelle a colori, con la toga della Consulta, raccontano sempre parzialmente. Sergio Mattarella è quello raccontato da Leoluca Orlando, quello raccontato da Ciriaco De Mita, ma anche quello tratteggiato da Saverio Lodato e da Riccardo Orioles. Mattarella è un figlio di quella che una volta si chiamava politica con la “P” maiuscola, dove “P” stava contemporaneamente e mirabilmente al centro tra Popolo e Potere, un centro mobile intendiamoci.
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Mattarella è un personaggio che, ha commesso degli errori, e nonostante ciò è una brava persona, incarnando valori, diciamo la verità, diversi sia dal padre Bernardo Mattarella, sia dal fratello ucciso dalla Mafia, Piersanti. Lui contro l'oligopolio della Dc Mafiosa è storia, lui uomo vicino ai centri di potere meno noti, e per questo più temuti, invece è un dato su cui pochissimi riflettono. Ma nessuna di queste cose mi scandalizza, a meno di pensare che la cosa pubblica possa essere gestita da persone prese a caso dalle “pagine gialle”.
Mattarella è quello che è, e proprio da quello che è deriva la mia fierezza. Mattarella non ha un posto perché ha gridato al lupo dopo la morte del fratello, e di parenti di “morti ammazzati” se ne conoscono tanti che hanno scelto altre strade. D'altra parte la scuola di partito, la Dc storica, non deve fare pensare ad improperi stile Papa Francesco, nonostante le speranze di molti: il metodo è del tutto compassato, e queste prime battute ce lo hanno già dimostrato.
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Veniamo però alla politica.
Già, perché è stata la politica a votare Mattarella.
I quattro minuti di applausi, seguiti allo spoglio definitivo, sono l'ennesima medaglia al collo di Matteo Renzi, che si odia, si odia tantissimo a guardarsi in giro, poi vince in due regioni, la Calabria addirittura strappata al centrodestra; si fregia di uno storico 40 per cento (roba da Democrazia Cristiana, neanche a farlo a posta) alle precedenti europee; e poi fa eleggere, neanche fosse il Mago Silvan, il presidente che lui vuole, nella votazione che lui vuole, facendo fare agli avversari quello che lui vuole. Insomma Renzi starà facendo anche tanti errori, ma almeno strategicamente sta dimostrando di essere in grado di scalzare molti stregoni che siedono in Parlamento. Abbiamo detto all'inizio che sono passate ormai diverse ore dall'elezione, di conseguenza la nostra analisi deve fare lo sforzo di essere più lungimirante, più coraggiosa, nel tentativo arduo di capire le reali motivazioni che hanno portato Mattarella ad essere Presidente. Il fatto noto, quello su cui tutti si sono accapigliati, è la nota rottura del Patto del Nazareno. Ora, il patto del Nazareno, quello siglato ormai un anno fa tra Berlusconi e Renzi, è ad oggi un patto segreto, e lo è ancora di più perché Forza Italia, proprio per l'elezione di Mattarella lo ritiene violato, Renzi e pochi intimi dicono che il Presidente della Repubblica non faceva parte degli accordi: sicuri che non siano andati ad incontri diversi?
A parte gli scherzi, gli isterismi, i complottismi, bisogna guardare bene la realtà, che è poi il dato che verrà consegnato alla storia. Il nome di Mattarella è una genialata politica di Matteo Renzi, che ha scovato il nome giusto, a suo dire, per ottenere più piccioni con una sola fava. Da una parte le minoranze del Pd che anche se volessero adesso gridare contro le leggi sbagliate non sarebbero più adeguate, lo sa bene Civati e lo stesso Fassina, e sono certo entro un paio di mesi ci arriverà anche Bersani; Sel ha avuto modo, almeno per qualche giorno, di uscire da un cono d'ombra che l'incompetenza gestionale del partito aveva causato, ma ritornerà ad essere quella sinistra inutile che dice bellissime parole e poi si scioglie sotto un segretario, Vendola, inadeguato e che non si è dimesso dopo i fatti dell'Ilva; Alfano, si presta a qualsivoglia gioco di potere, nel frattempo lui ed i suoi, pur non avendo elettorato, realtà ampiamente comprovabile, continuano ad avere ruoli di primo piano nel governo; infine c'è lui Silvio Berlusconi. Quanti dicono che l'elezione di Mattarella sia la fine dell'Idillio di Berlusconi con l'ex sindaco fiorentino sbaglia grossolanamente. Berlusconi era evidentemente a conoscenza di una strategia simile, lo dimostrano i fatti. Di primo impatto è impossibile accorgersi di una partita che non solo si gioca su più tavoli, ma addirittura su più piani. Berlusconi sapeva delle scelte di Renzi, e non ha barattato posizioni politiche, non ha barattato posizioni governative, tutt'altro. L'ex Cavaliere ha prestato il fianco a Renzi, nella sua disintegrazione delle minoranze Pd, permettendo di avere altro in cambio. Il nome di Mattarella, e lo dimostra la quarta votazione, è stato garantito da Berlusconi addirittura da franchi tiratori interni al Pd, d'altronde 665 voti, 120 in più della capacità del solo Pd non si raggiungono per caso. Berlusconi ha permesso ciò, ha fatto fare la mossa a Renzi, disintegrando l'intero centrodestra italiano, opera che però persegue già da qualche tempo. Non vi siete resi conto che Berlusconi ha ormai appaltato la politica ad altri? Il nord è a gestione Salvini, e l'Emilia Romagna, con le elezioni dello scorso Novembre, ne è la dimostrazione plastica, e lo sarà anche il Veneto. Il Centro ed il Sud sono lasciati a soggetti forzisti, di Fratelli D'Italia, ed ex Alleanza Nazionale che si stanno riequilibrando nelle città.
D'altronde non esiste baratto senza scambio: fin qui abbiamo detto quello che Berlusconi ha dato a Renzi, fingendo la sconfitta e la presa in giro, ma cosa ha dato Renzi a Berlusconi? Cosa ha promesso di dare?
Credo che le circostanze siano due, la prima, pure abbastanza palese, è che la famosa norma che depenalizza il reato per cui Berlusconi è stato condannato, è ancora li, ed il ministro Boschi ha già chiarito che non si toglierà: chiamatela pure agibilità politica o civica. Insomma Berlusconi, come al solito baratta l'interesse pubblico per i propri (ieri era la legge Gasparri ed i soldi dei cittadini, oggi il futuro del Centrodestra italiano).
Rai Mediaset Ivano Asaro
Credo pure ci sia di più.
Tra circa un anno, ovvero quando i vari meccanismi di reintegrazione del debito pubblico saranno a pieno regime, quando si procederà agli ennesimi tagli da spending review, la Rai, ovvero gran parte del pacchetto di controllo, potrebbe seguire le stesse sorti che ebbero altre aziende pubbliche in passato, ovvero essere privatizzate, vendute tutte od in parte, cedute a società compartecipate dai privati. Insomma tra circa un anno per fare cassa, diminuire il debito, e non farne sorgere di nuovi, la Rai sarà tagliata e spacchettata. Questo passaggio necessario, comporterà anche una ridefinizione della legge sulle frequenze, sulla pubblicità, sul monopolio, e sul peso che ogni singolo editore può avere sull'intera offerta. Il governo dovrà dire in un futuro prossimo cosa sarà della Rai, cosa sarà di Mediaset, di La7, Sky eccetera, eccetera. Quella legge potrà essere fatta in diversissimi modi, seguendo vari modelli, e li poco c'entrerebbe l'Europa, che permette decine di impronte diverse in tutti che ne fanno parte. Ecco, pur non scalfendo la dignità del Presidente Mattarella, quella legge potrà essere fatta, pro o contro Berlusconi.
Facciamo una scommessa?



Ivano Asaro
Ivno Asaro

sabato 13 dicembre 2014

Bologna. Pippo Civati rilancia #èPossibile: vale a dire Vorrei ma non Posso

                                                                   

E' una Bologna ancora tramortita dall'astensione elettorale, quella che accoglie il nuovo appuntamento organizzato da Pippo Civati. Il luogo è lo stesso di circa un anno fa, quando al centro del dibattito c'era la fiducia al nascente governo Renzi: “le Scuderie” di Via Zamboni, in pieno centro univesitario.


La gente accorsa, tanta, così tanta da fare descrivere la manifestazione come certamente riuscita, era variopinta e curiosa: c'erano i nostalgici, i sentimentali, i visionari, i realisti puri, i docenti e gli alunni. Insomma tra arrabbiati e cassaintegrati, vecchi e giovani, c'erano tutte le anime di quella che si chiamava sinistra, ed oggi è “l'altra Sinistra”, perché la prima è quella Renziana.
Oggi c'era la sinistra “senza camicia bianca”, parafrasando diverse battute lanciate dal palco. C'era il popolo dei sindacati, anche quelli più oscuri e sconosciuti, c'erano i non rappresentati, come le partite IVA, c'erano gli storici, gli uomini di fabbrica e tanti altri.



Dicevamo della manifestazione, riuscita nei numeri e nella logistica. Per rispondere al mistero del Patto del Nazareno, Civati lancia, con il suo staff, il Patto Repubblicano: un programma di governo che i vecchi comunisti avrebbero difficoltà a digerire, ma nella confusione odierna sembra un testo di Stalin. A parlare e parlarne sono stati volti noti e poco noti, questi ultimi a rivendicare il peso di una realtà pesante.
Sul palco si sono alternati rappresentanti della cultura precaria, del mondo dell'università costretti ad emigrare, delle partite IVA che non evadono le tasse ma che non ce la fanno a pagarle e con esse i contributi, attivisti ambientali, rappresentanti edili. Si è visto sostanzialmente il contrario di quello che si vede alla Leopolda. Non ci sono stati imprenditori rampanti, non ci sono stati finanzieri di dubbia fiscalità, e si è potuto parlare di una società che dalla realtà va verso il futuro con un sogno, e non di un progetto da sogno che non considera il presente e mistifica il futuro. Oggi c'è stato tutto questo, con importanti appunti di personaggi illustri. Al vetriolo ed accorato il discorso di Corradino Mineo, senatore Siciliano, di area Bersaniana, da un anno sulle posizioni, anche se non rigidamente, di Civati. Mineo mette in guardia dall'apologia dell'uomo solo al comando, tema di cui il nostro paese ha notissimi esempi tragici, e parla male, anzi in maniera perentoria della riforma Costituzionale Renzi-Berlusconi, nota alle masse come Patto del Nazareno, delineandola in quale modo quasi totalitaria, non democratica, da eliminare. Intervento di spicco anche quello del Prof. Revelli, che ha definito il Pd come un Organismo geneticamente modificato, che fa cose che piacciono ad Alfano e Berlusconi e non sono gradite a chi sta nelle fabbriche, nelle scuole, senza lavoro.
Tutto bello anche il clima di riscossa, di rilancio, si fanno i nomi di Tsipras, di Podemos, e di altre realtà europee che potrebbero essere sponde di un meccanismo di allargamento continentale dei temi della sinistra viva e vibrante.
Tutto bello, se però alla fine di ogni discorso non fosse quasi sottintesa l'ammissione di immobilismo e di sconfitta. Civati, Mineo, Pastorino, ed altri, hanno coerentemente con quanto detto votato contro il Jobs Act, la riforma del lavoro proposta dal governo Renzi, che però è passata. Civati stesso come massima ammissione e propulsione riesce a dire che se si andasse a votare a marzo non si ricandiderebbe in questo Pd, ma non lancia un progetto alternativo.
Insomma è una lotta tra i Renziani che non vogliono gente come Civati nel Pd, ma non possono cacciarli a meno di clamorosi errori da una parte o dall'altra, ed i Civatiani che non vogliono più appoggiare Renzi, ma almeno per ora evitano la scissione e di andare a formare un partitino del tutto minoritario ed influente, dimenticabile in fretta.
Inoltre dagli interventi, oltre ad ottimi spunti civici, quasi strani in questo momento di scoraggiamento, si è visto quel gusto sadico della sinistra, ovvero quella propensione a dividersi sempre e comunque. Non sono mancate infatti battute tra Partite Iva e sindacati, per lo scarso interesse che questi hanno avuto per i non rappresentati, e tra lavoratori pubblici e privati, nell'infinito tema delle tutele.


Lo sguardo adesso passa alla direzione nazionale del PD di domani, con il clima da resa dei conti, si attende la replica del presidente del Consiglio ai dissidenti.








Ivano Asaro
Ivano Asaro

mercoledì 3 dicembre 2014

Noi siamo TeleJato, voi assassini non ci fermerete.


Pianto, si ho pianto.
Si parlo di voi, anzi parlo con voi. Parlo a quegli stronzi senza palle che hanno ucciso due animali indifesi, mascotte imprescindibili di Pino Maniaci e della redazione di Telejato. Parlo con voi, e mai sarei stato convinto di scendere così in basso. Io quelli come voi neanche li saluto, non mi sognerei mai di condividerci un caffè, figuriamoci di dedicarvi miei pensieri, parole, articoli. Nonostante ciò questa volta mi avete fregato. Questa volta avete messo in discussione il coraggio degli uomini, la dignità delle persone. Avete giocato satanicamente con i sentimenti più intimi e profondi che un essere umano abbia. 


Vi siete messi, da poveri imbecilli, in una battaglia più grossa di voi. Voi non siete mafiosi, i mafiosi sono altri; voi non siete delinquenti, i delinquenti sono altri; voi siete dei poveri imbecilli, che forse neanche le loro madri guarderebbero in faccia se sapessero da dove proviene il sangue che hanno sulle mani, la benzina sulle loro scarpe. Siete stati in grado di inclinare la speranza con atti di pura viltà. Forse perderò la dignità con questo articolo, forse con il solo fatto di ammettervi tra i miei pensieri perderò la mia faccia, ma a voi cretini che sognate qualche titolo di giornale e qualche complimento da un cretino più vecchio e potente di voi, quindi ancora più balordo, cos'è Telejato voglio spiegarlo.

Telejato è una palestra di vita. Il sudore dietro un microfono, l'emozione della diretta, la pasta di Mamma Patrizia, il sorriso di Simona, l'ardore di Giovanni, la competenza di Letizia. Telejato è scuola. I testi scritti in fretta e furia, le spiegazioni da dare ed i cazziatoni da prendersi. Telejato è passione. Le sere d'estate in trenta attorno ad un tavolo e quella dopo in due a parlare delle interviste al sindaco od al magistrato. Telejato ti fa conoscere la gente, ti fa amare la vita. Telejato è il motivo di orgoglio di quel territorio, Telejato è il motivo d'orgoglio della mia terra. Telejato è la telecamera in mano ad Arianna, è il baffo di Nicola ed il sorriso di Francesca; Telejato è la visita di Fra Giosuè e la confusione di Giulia; Telejato è lo sguardo convinto di Adriana e quello dolce Giulia. Telejato è la schiena curva sul monitor di Fabio, le telefonate di Salvo, i disegni di Noemi. Telejato è “Cucciolino”, l'altro cane che vive a Casa Telejato. Telejato sono i ragazzi di Cuneo, Telejato sono i giovani che vengono in visita. Telejato è Salvo Vitale. Telejato è Telejato.
Ma tu che bruci auto per goduria od ordine, che sevizi animali indifesi e poi li consegni ad una fine indegna, che cazzo vuoi capirne? Tu sporco essere che ti addormenterai anonimamente citato dalle televisioni locali e dai giornali nazionali, non puoi capire quello che ti dico. Che ne sai del sorriso di una conquista afflitto, come sei, nella melma che ti circonda.
L'ultima cosa voglio dirti, con tutta la rabbia che ho, e le lacrime che mi restano, fin qui non ho neanche una volta citato Pino Maniaci concretamente, ma forse il tuo intelletto scarso non te lo ha fatto notare, e non l'ho fatto perché lui venga dopo, ma perché lui viene Prima, anzi è Sopra. Lui è l'autore e la fiamma di tutto questo. Pino Maniaci è Telejato, Io sono Telejato, Noi siamo Telejato. Tu sei solo un pezzo di merda a cui ho dedicato troppa attenzione.
















































Ivano Asaro


giovedì 23 ottobre 2014

MAZARA, LETTERA AL CANE NICOLA

Egregio Cane Nicola,

mi scuso innanzi tutto per il disturbo e per il tempo rubatole che impiegherà nella lettura di questa mia missiva. Ci tengo prima di ogni altra cosa a spiegarle il perché di questa mia sollecitazione. Ho scorto e poi approfondito mirabili storie sul suo conto.
Attraverso Internet ho potuto sapere di lei che è: <<il cane a cui manca solo la parola>> (cit. Tele8); <<Accoglie scodinzolando le impiegate che la mattina arrivano nell`ex Collegio dei Gesuiti>> (cit. Ansa); e mi fa un po sorridere che qualcuno scriva con tono polemico ed ironico contro la sua onorabilità <<E lì si assopisce ascoltando le riunioni che vi si svolgono.>> (cit. La Sicilia), come se lei fosse accostabile ad un qualsiasi fannullone che orbita o lavora nel pubblico impiego. Essendomi appassionato al suo stile così presente ed al contempo discreto ed educato, conscio delle sue entrature e conoscenze presso il comune di Mazara del Vallo, voglio esporle talune questioni, nella speranza, sicuramente ben riposta, di porre sollievo alle difficoltà che incontra la nostra cittadinanza.
•     Sento il dovere di parlarle innanzitutto del “porto canale”. Da anni, Caro Cane, se ne parla e tutti, anche recentemente si sono impegnati nel dragare quantomeno la parte più vicina alla foce, per far si che questo tratto del fiume Mazaro acquisti dignità e vitalità. I vantaggi sarebbero una manna dal cielo per larghe fasce della popolazione. Se ne avvantaggerebbero i piccoli pescatori, addirittura incentivati; se ne avvantaggerebbero anche gli operatori turistici con l`insorgenza delle attività connesse all`Ittiturismo ed alla piccola nautica. Insomma tutta la città, che una volta aveva un fiore all`occhiello nella marineria, potrebbe quantomeno tornare a sperare. Si attivi, caro Cane, affinché chi siede nei posti di potere e responsabilità mantenga le promesse fatte.
Ivano Asaro
•     Cane Nicola, non potrei non parlare della viabilità. Certo sarebbe facile fare propaganda sulle buche, sulle strade piene di case non abusive che non hanno illuminazione ne asfalto e sono soggette ad enormi disagi già alle prime piogge. Come immagina però, prima ci sono altri nodi irrisolti. A Mazara si sono fatte pedonalizzazioni, solo laddove la gente poteva parlarne, discuterne, ed invece si permette di transitare nel centro storico con le auto, a sfregio di quelle poche persone, non mazaresi, che ne attraversano le viuzze, spesso sporche e con i sacchetti di spazzatura agli angoli. Quelle vie, a parte la derisione, meriterebbero ben altro destino guardando alla loro storia, ma sono degradate e piene zeppe di ceramiche che poco o nulla centrano con la loro genesi. Caro Cane, vede già in poche parole abbiamo sollevato decine di domande che mi rifaccio spesso, ad esempio: dov`era la sovraintendenza e la sua rigidità quando si facevano certi interventi? Domanda che si sono fatti pure tanti cittadini onesti che nelle vie del centro devono obbligatoriamente attenersi a certi stili e parametri se non hanno santi in paradiso.
Ivano Asaro
•     Rispettabile Cane Nicola, la invito ancora ad attenzionare il problema dei passaggi a livello. Sa, negli anni si sono fatte tante promesse, ma fino ad adesso sono tutte cadute nel vuoto, abbandonate nel sonno degli sciocchi che avevano creduto. Intanto ancora oggi, caro Cane, la gente rimane minuti e minuti dietro il passaggio a livello, spesso con a fianco un`ambulanza che sta soccorrendo un ferito. Si adoperi, la prego, per fare pressione.
•     E` indubbio che non posso dimenticare il problema della puzza. Gli odori nella nostra città sono un argomento delicato. Da anni c`è puzza di “vinaccia che non è vinaccia” ma ne Usl, ne forze dell`ordine, ne politica se ne accorgono. Avranno tutti il naso turato? Lei in qualità di Cane avrà un olfatto molto più fine del mio ed immagino il disagio nel convivere con questo olezzo, non so quanto legale. Ultimamente ci si mette anche il depuratore a fare le bizze. La gente mormora che non tutti i procedimenti e collaudo siano stati adempiuti per fare un`inaugurazione veloce. Questo non lo so e non credo, Caro Cane, perché sarebbe significato prendere in giro la gente, e politici di vecchia data non si presterebbero mai a questi giochi subdoli. O no?
•     Si impegni per favore in questa ulteriore battaglia. Poi se c`è tempo butti pure un occhio sulla questione rifiuti, sulla questione ospedale, sulla questione dei pubblici impiegati fannulloni, delle tasse alte, della microcriminalità, della chiatta ( o quanto meno spieghi alla città a cosa serve), della scomparsa del mercato del pesce legale nei pressi dello scalo, del verde pubblico.
Ivano Asaro
Si occupi di tutto questo per favore, eccellentissimo Cane, e ci dica per favore una volta e per tutte se la spiaggia in città esiste oppure no, perché sui palchi si dice che esiste, ma poi ci sono i cartelli che vietano la balneazione, con le giovane coppie che vogliono farsi romanticamente le foto sulla battigia e vengono invitate ad uscire dalla polizia municipale. Magari lei può anche attivare i giusti trasporti pubblici all`interno della città, sa solo il trenino non basta, e proprio con il suo metodo può impegnarsi nel collegamento centro città - aeroporto di Birgi, in maniera funzionale, come tutte le città che investono sul turismo.
La prego si impegni Caro Cane, noi cittadini ne abbiamo bisogno, quanto meno come speranza.
Sono sicuro del suo impegno nella risoluzione del problema, anche perché lei può alzare la cornetta: visto e considerato il suo profilo e la sua carriera devono ascoltarla a Palermo, Roma e Bruxelles. La saluto porgendole preventivamente i miei ringraziamenti e dei miei concittadini.
Ps. Chiedo ancora una cortesia. Può chiedere ai suoi amici cani di non essere aggressivi, almeno con i bambini sotto i 14 anni, specialmente quelli che vorrebbero andare in bici e giocare, sa possono spaventarsi e cadere, oppure morsi se i modi diventano bruschi.


Ivano Asaro








Ivano Asaro

domenica 5 ottobre 2014

Famiglia e preparazione. A chi serve il morbo dell'Economia?

E' strano raccontarsi, di quanto la vita possa essere complessa. Le difficoltà, si sa, ci rendono meno noiosi, forse meno banali. Le scelte mi hanno portato ad un momento di silenzio, e questo è il più grande altoparlante dei bisogni che si possa desiderare. Nel silenzio, quasi nell'assenza, si misura il complesso, difficile, spesso anche l'illogico. Il silenzio prolungato è un po come quel privilegio dato agli artisti-osservatori, di cui parlò magistralmente Verga: “Solo l'osservatore, travolto anch'esso dalla fiumana, guardandosi intorno, ha il diritto di interessarsi ai deboli che restano per via, ai fiacchi che si lasciano sorpassare dall'onda per finire più presto, ai vinti che levano le braccia disperate, e piegano il capo sotto il piede brutale dei sopravvenenti, i vincitori d'oggi, affrettati anch'essi, avidi anch'essi d'arrivare, e che saranno sorpassati domani.” (cit.)

 
Il silenzio perpetuato mi ha prodotto quasi istintivamente talune analisi, che espongo, per gli stessi motivi per cui lo facevo prima del silenzio, e per lo stesso per cui continuerò a farlo in futuro: la voglia.
Si è parlato di vari temi politico - economici nell'estate triste appena trascorsa, e magari in futuro ne discuteremo. Tutti i temi, sempre gli stessi alla fine, sono riconducibili alla situazione di perenne crisi economica tracciata ormai nel solco della società odierna. Conscio come sono che la realtà materiale sia il più completo punto d'analisi, vi racconto di un aneddoto. Durante una lezione di Procedura Penale, materia non desueta come altre, il professore ha spiegato con novizia di particolari la struttura della Connessione. Sarò breve nell'esporvi il concetto, solo per non tediarvi con excursus giuridici. Nei fatti la connessione è uno degli “strumenti” (sarei già stato bocciato in sede d'esame per questo gergo per niente preciso ed appropriato) che serve per identificare il tribunale presso il quale un dato giudizio dovrà essere radicato e celebrato (ne esistono anche altri meno complessi). La connessione porta con se taluni paradossi, che si riverberano poi nella procedura penale, sotto disomogenei punti di vista. In taluni casi si potrebbe celebrare un processo a molti chilometri di distanza dal luogo dove il reato è stato commesso, solo perché vi sono circostanze (spesso altri reati) commessi in connessione a quello di cui stiamo parlando. Il tutto però non assicura una connessione certa in uno stesso processo. Per fare un esempio: <<Rubo un mezzo a Bologna, per fare una rapina a Cagliari: potrei essere processato a Cagliari, ma non necessariamente in uno stesso processo mi sarebbero imputati entrambi i reati ma semplicemente nello stesso Tribunale>>. Il senso di questo è macchinoso e nasce da esigenze pratiche e da legislatori moderni poco accorti. La spiegazione del professore era riuscita a farci entrare bene questo concetto in mente, talmente bene che subito l'Aula si era interrogata sugli svantaggi di questo arzigogolato iter. Gli svantaggi erano quasi palesi: ”tanto valeva fare il processo più vicino al luogo del reato se poi i giudizi dovevano comunque essere divisi”. In quel momento una ragazza, completamente in buona fede, chiede di potere prendere la parola ed esprime questdomanda: << professore, ma questo sistema non è dispendioso economicamente?>>. Domanda legittima, pertinente, interessante, che però mi ha lasciato abbastanza basito.

La questione, aveva messo al centro il costo, ovvero il denaro, dinnanzi alle questioni legate alla giustizia, che dovrebbero essere implicitamente esonerate da qualunque materializzazione. La ragazza, simbolo di buona parte dell'aula, aveva portato il tema della giustizia, ad un mero calcolo economico, patrimoniale. Le esigenze di un soggetto, che si presume innocente fino a condanna definitiva, passata in giudicato, che avrebbe dovuto sobbarcarsi le spese di trasferimento per esigere di assistere al proprio processo, ovvero per avere ragione di un suo diritto, erano scomparse. Magari erano state messe in gradini meno nobili della graduatoria dei valori civili.
Ora quella ragazza non immagina neppure che su una semplice e banale frase avrei trovato spunto per costruirvi il mio ragionamento, ma è l'esempio emblematico di un imbarbarimento complessivo che la nostra società si è lasciata tatuare sulla pelle inebetita da paure, di volta in volta ingigantite.

Un pensiero che diventa atteggiamento poiché protratto negli anni.
In questo sistema tutto diventa relativo, tranne dei segni sui fogli. Tutto diventa carta da parati di un mondo infame.

Quali risposte poniamo al presente che ci interroga continuamente? Quelle più concrete si sono incarnate in paradossi politici. Da un lato la destrutturazione stessa della politica: la quasi totale incompetenza ed incoscienza ; dall'altro l'avventurismo di un gruppo che sta salvando soltanto quella carta da parati di cui abbiamo sopra discusso.
E' facile capire che i primi siano i protagonisti del movimento 5 stelle. Il tonfo alle elezioni europee ha dimostrato che bisogna sapere fare politica non solo per ottenere risultati elettorali, ma che quello che non si è prodotto vale molto di più delle denunce fatte o del bottino misero di qualche rivalsa. I ragazzi del 5 stelle, hanno alcune perle di diamante, poche, ma non sarà di certo un caso, che, almeno a livello nazionale, svetti quel Luigi Di Maio che ha un'esperienza politica pregressa e che è l'unico con una carica continuativa in seno ai palazzi del potere. Dall'altra parte della barricata c'è Renzi. L'ex sindaco di Firenze aveva due scelte: essere il nuovo Craxi od essere il nuovo Kennedy. Credo che sia abbastanza palese la strada intrapresa. Sono stato avverso al Renzismo dapprincipio, e quindi sono per taluni non oggettivo. Avevo intravisto limiti di un progetto che solo gli stolti non avevano individuato. 


Quanto fatto e non fatto da Renzi fin qui è palese e doveva esserlo  almeno, i politici veri dovevano accorgersene prima, dal 2011 (http://ivanoasaro.blogspot.it/2011/11/renzi-il-vecchio-e-il-nuovo-di-sicuro.html), e lo è stato durante tutto il suo percorso prima di sedere a Palazzo Chigi (http://ivanoasaro.blogspot.it/2013/12/renzi-la-parolaccia.html). Renzi può piacere e non piacere, e che piaccia ad alcuni, per via delle proprie idee è comprensibile, d'altronde ognuno vede il mondo a proprio modo, e non vi è la giusta via sempre. Renzi è quella cosa li, quella cosa che ha i propri connotati e non può essere cambiato ne scambiato. L'attuale presidente del consiglio, per via della propria forza, della propria strada, aveva la possibilità di puntare molto più in alto, di imporre una nuova realtà, fuori dagli stereotipi di quella sinistra che lui aveva sdoganato, ma sempre partente dal basso. Renzi aveva la possibilità di puntare la rotta verso una società più giusta, una società che si rigenera e non si guardi nel listino della finanza. Sono fantasie? No, sono scelte. Una società più equilibrata e produttiva, una società più valente non parte dai criteri che qualcun altro per vent'anni ha provato a propinarci. Una società moderna deve avere cognizione della realtà.
Riconosco che sto facendo, e mi piace farlo, molta filosofia. Veniamo al dunque adesso. 


E' legittimo discutere se l'art. 18 vada o meno tolto, rimodulato, rafforzato. Va discusso, e se ne discute. Ma io vorrei partire da un altro dato. Com'era il mercato del lavoro quando le garanzie, per il lavoratore privato erano inferiori? Era certamente peggiore. La stagione delle conquiste aveva creato quella classe media che trainava l'Italia. E' stato l'ultimo quindicennio con il proliferare dei contratti che favorivano i datori di lavoro a “precarizzare” il mondo professionale. Quando si dice che si vogliono dare possibilità ai giovani, quando si usa la parola futuro, l'analisi deve essere attenta e precisa. I giovani, e ce lo insegnano proprio i paesi più sviluppati, non devono avere i diritti dei propri padri (chiamarli ancora privilegi è abominevole), devono avere i loro. La serenità di un giovane, la voglia di provarci, nasce dalla sicurezza di avere un porto sicuro alle spalle, di avere una famiglia che assicurerà un pasto ed un tetto, ed in sostituzione di essa ci deve essere lo Stato. Lo strumento che deve essere assicurato al giovane non deve essere un “vecchio avversario più precario”, ma una preparazione maggiore, oggi raggiunta soltanto per i sacrifici di quella famiglia che si vuole smontare.
Guardiamo spesso alla Germania, e non capisco cosa si guardi in realtà. L'evasione fiscale complessiva è ridicola; la percentuale di laureati tedeschi è imbarazzante per superiorità ed i soldi per la ricerca annuali sono superiori a quelli che noi mettiamo in un triennio, spicciolo più spicciolo meno; le grandi fabbriche dell'auto pagano le tasse in Germania e gente come Marchionne è stata messa alla porta prima ancora di sedersi; l'articolo 18 c'è e ci sono leggi sui sindacati, consigli di fabbrica, collaborazione lavoratori - datori. Invece come al solito si sta indicando la catastrofe per cambiare in peggio talune cose; come al solito si sta partendo dal peggioramento del basso per poi, molto eventualmente, lavorare ai piani alti. Renzi poteva fare altro. Poteva lavorare sui distretti produttivi ad alta specializzazione; sulle zone free tax e franche urbane stagionali e per le zone disagiate; sull'accorpamento di tutti gli atenei Italiani in 5/6 grandi aree di studio; sull'innalzamento dell'età pensionabile per i lavoratori meglio retribuiti a scarsa usura di talune categorie; poteva dimezzare in pochi passaggi il costo della politica nazionale dimezzando i seggi, piuttosto che rovinare la “Costituzione più bella del mondo”; Renzi poteva lavorare sulla spartizione del debito pubblico italiano come percentuale minima dello stipendio di tutti i lavoratori pubblici; poteva lavorare per una legge sui partiti, non per privatizzarli economicamente come succede nelle peggiori democrazie del Mondo. Renzi poteva essere un nuovo Kennedy, poteva esserlo, ed invece ha scelto di essere altro.




Ivano Asaro

Ivano Asaro

sabato 20 settembre 2014

Torno a scrivere...almeno per me.

Sono passati parecchi mesi da quando, per l'ultima volta, la mia tastiera si era impegnata nel tradurre in lettere i miei pensieri. Mesi lunghi, complessi, affascinanti. Mesi dove prima che altre considerazioni pratiche e politiche, a primeggiare è stata la mia curiosità nel vedere lo spettro delle reazioni umane ad eventi, per così dire, non preannunciati. I mesi passano, e poiché molti, moltissimi, sono stati dalla mia parte in talune scelte da me compiute, senza dubbio molti di più di chi mi sono ritrovato contro, torno a scrivere. Scrivo, come ho sempre fatto, per esigenza personale; scrivo per quell'istinto che non mi è dovuto ma mi è donato; scrivo perché lo ritengo giusto. In questi mesi sono rimasto silente, quasi completamente, perché ritengo doveroso l'onore della vittoria ancora prima della sconfitta. Ad un certo punto però, dopo la fase dell'educazione e della discrezione, dopo la fase dell'elaborazione e della piena, ritorna quello dell'impegno. Il non doversi vergognare del proprio percorso, delle proprie scelte, dell'istinto, può essere solo velato ma non cancellato. Torno a parlare, per quanti avranno voglia di leggermi e giudicarmi. Torno a parlare perché la democrazia è sovrana, non tiranna. Torno, perché è giusto così, almeno per me.


Ivano Asaro


lunedì 15 settembre 2014

Ci sono troppi pochi modi di stare al mondo

Ci sono troppi pochi modi di stare al mondo, perché prima o poi, spero il più poi possibile, tutti saremo una chiamata nella notte, anche in pieno giorno. Non conosco verità se non il fatto che nonostante tutti gli sforzi, la grinta, l'accidia, il coraggio e la cecità, non sono mai riuscito ad affrancarmi dall'ipocrisia. Il volere qualcosa raramente si concilia con il cercarlo veramente, con la spinta originaria e costruttrice. Sappiamo di certo che solo le menti più fieramente ambigue cambiano il mondo, nel bene o nel male, incidendo. La maggior parte di noi, invece, si sforza di essere qualcosa di normale, di tipico, di solido e solito. Quella strana sensazione di goduria che l'accettazione ti fa provare e che va dal culo alla nuca. Non ho quasi mai riflettuto di notte, e gli unici consigli che questa mi abbia portato sono stati colorati di paura, nostalgia e malinconia. Infondo è però proprio quello che voglio, e non sono il sole. Incontrarsi con gli amici e rimembrare un passato prossimo, inseguire l'immortalità della foto collettiva, sono tutti spasmi della paura dell'oblio, qualcosa che ti cresce dentro, direttamente proporzionale ai giorni che passano, ai battiti che si susseguono. Di tutto ciò non so quanto possa interessare al grande pubblico, certo come sono di non essere necessariamente meglio della massa che critico. Io stesso mi annoierei nel leggere umorali scritti notturni dettati da incoscienza e curiosità. Perché allora si fa? Lo si fa perché a volte quando cominci a scrivere non ricordi neanche il perché di quei tasti digitati con un ritmo altalenante; perché la mente in un flusso di coscienza continuo vola da una strada acciottolata ad un film strappa lacrime. Ripensi ai quei prof odiati e quei tatuaggi non fatti; le invidie, quelle vere, quelle pre adolescenziali; le cose che avresti voluto scrivere, quelle che hai scritto e vorresti rifarle. I modi di stare al mondo sono tanti, ed in serate come queste, vuote e lontane, luce fioca e poster appesi al muro, capisco che forse quella chiamata nella notte, anche in pieno giorno, vale meno del tentativo stesso di cercarlo un modo di stare al mondo.



  Ivano Asaro
Ivano Asaro

mercoledì 28 maggio 2014

I cocci della sinistra mazarese: COSI' NON VA!



Ivano Asaro, Davide Mauro
Dopo una sconfitta gli allenatori guardano solitamente al positivo cercando di non far danni ulteriori dove vi è già uno svantaggio da recuperare. 

Per opportunismo dovremmo anche noi fare così: star zitti, fermarci alla facciata e magari ostentare pure qualche sorrisino.

Questo è quello che è sempre accaduto ed è ciò che ha regalato all’arroganza la possibilità di accaparrarsi posti d’onore nella sinistra locale.

Si potrebbe parlare di tecnicismi, di come la nuova legge elettorale abbia fatto dissipare voti, di dove il voto disgiunto sia andato (e da dove sia partito). Non sarebbe serio, almeno in questo momento.

I tradimenti ce li svelerà solo il tempo, consci che che gli indizi attuali potrebbero essere imbarazzi futuri.

Si obietterà: “Perché solo adesso?”. Vi chiediamo: “Bisognava farlo prima della conferenza al Mahara Hotel arrivata in ritardo rispetto alle candidature degli altri? Oppure discutere a giochi fatti sullo stile da adottare e sui criteri delle nomine, a scapito di favorire gli avversari?”

Credevamo nel dott. Bianco, persona splendida. Ci ha messo la faccia, cercando di coprire le lacune, le deficienze e le malversazioni altrui.

Ma che dire delle scelte assessoriali? Assurde, irragionevoli, lontane dalla realtà.

Come si può pensare di attrarre il voto d’opinione di una società, lacerata economicamente, che si sente per giunta tradita anche da un certo tipo di politica, facendo affidamento al dott. Palermo, al sig. Crocchiolo o al sig. Pinta? La scelta di quest’ultimo poi è assolutamente insensata: come può un elettore di sinistra rivedersi nella sua persona dopo gli ultimi 10 anni di attività politica mazarese?

Parlare di opportunità fallite è quasi eufemistico, se si pensa che su 7 candidati, ben 5 fanno parte della sponda opposta del fiume e il sesto è un movimentista.

E cosa si fa per sfruttare questa occasione? Una campagna elettorale anonima.

A cosa serve essere di “sinistra” se poi si affrontano le tematiche alla stregua degli altri?

Dove sono i temi dei lavoratori? Si è discusso di pesca per essere udibili solo agli armatori, dimenticando di fatto i marinai. Si è parlato di opere pubbliche, infrastruttura ed economia, dimenticando muratori, agricoltori, fabbri, falegnami (prediligendo nei sermoni politici pseudo-imprenditori locali).

Dove sono i temi dell’antimafia, della rivalsa legalitaria, dell’ambiente? Si è persino lasciati ad altri (quelli sostenuti dai partiti di Dell’Utri, Cuffaro e Saverio Romano) la serenità di dedicare un minuto di silenzio per Falcone.

E’ evidente che le scelte dovevano necessariamente essere altre, diverse, forti, contro tendenti, ambiziose. Persino i giovani sono scomparsi fra i meandri dei discorsi: neanche uno lanciato nella mischia a parlare di cose che conosce (informatizzazione, banda larga, etc.).
Ed è così che Cristaldi ha potuto recitare nuovamente il ruolo di Gulliver: gigante con i nani di questa città, nano fuori dai confini locali. 
La speranza adesso è che nessuno sia contento se l'attuale sindaco batta Torrente (o viceversa): un progetto come quello del Partito Democratico dovrebbe essere equidistante da esperienza di centro destra, specie con i loro presupposti.

Vogliamo gettare benzina sul fuoco: infiammare il dibattito e ridiscutere tutto.

Quello che serve è un passo indietro dei vertici, occulti e palesi, dei gruppi e delle coorti che finora hanno giostrato la situazione a loro piacimento. E’ doveroso ricominciare a ragionare su cosa sia veramente un progetto di sinistra, che non vince da anni, né unito (come questa volta), né diviso (come 5 anni addietro). Una fase nuova che parta dai punti selettivi di quello che si deve essere e si vuole andare.

L’auspicio, forte e radicale, è che chi crede di poter dare un contributo riunisca assieme gli amici con cui condivide idee, sogni ed aspirazioni in gruppi, associazioni, comitati per stilare una scaletta condivisa dei temi da cui cominciare a costruire su queste macerie.

Perché se qualcuno non avesse ancora capito: così non va!
Ivano Asaro & Davide Mauro